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La giornata della memoria e il greenpass

Forse non ha senso paragonare il greenpass alle discriminazioni razziali e forse non è scientifico opporsi alla discriminazione su base vaccinale. Forse.

Ma anche a Vienna (quella di Freud), vent’anni prima dell’Anschluss, quando Hitler era solo un soldato tornato dalla prima guerra mondiale, sembrava scientifico e salutare, categorizzare i cittadini in base alla diagnosi e trattarli diversamente.

Il Terzo Reich era un regime basato sulla diagnosi.

Pensiamoci prima di dare dignità di diagnosi alla parola “coglione” verso chi la pensa diversamente.

Buona giornata della memoria.

FASE 1 – 1919 “l’approccio viennese ai servizi sociali si basava sull’eugenetica, all’epoca considerata un metodo scientifico di controllo della popolazione, e diffusa in molti paesi. Essa godeva dell’appoggio di tutto lo spettro politico, dalla sinistra ai conservatori, dai clericali alle femministe. Tandler stesso era socialista ed ebreo. L’eugenetica prometteva di superare gli sconvolgimenti della società moderna attraverso una programmazione razionale, e fu alla base di tutti i primi sistemi di welfare in Europa e negli Stati Uniti. Ma esistevano un’eugenetica «positiva» e una «negativa». La prima promuoveva la salute e la riproduzione dei segmenti «desiderabili» della popolazione; la seconda invece sosteneva la riduzione del numero degli «indesiderabili», perseguita scoraggiandone la riproduzione, escludendoli dai servizi sociali o adottando misure più estreme. Entrambi questi impulsi erano presenti nella Vienna degli anni venti. Riguardo all’eugenetica positiva, i governanti della città cercarono di rigenerare la popolazione sotto diversi aspetti. L’amministrazione tentò di offrire ai cittadini migliori condizioni igieniche e materiali, anche attraverso la costruzione di nuove case popolari per la classe operaia, che viveva in luoghi insalubri e sovraffollati. Tra il 1923 e il 1934 furono costruiti oltre trecentottanta palazzi per ospitare duecentoventimila persone, un decimo della popolazione cittadina. Questi imponenti «supercondomini» erano dotati di un moderno sistema idraulico, di cucine salubri, illuminazione adeguata e cortili. Gli affitti incidevano sul salario medio di un operaio per circa il quattro per cento. Il dilagare delle malattie fu contrastato attraverso la costruzione di ospedali ed esami medici gratuiti negli asili e nelle scuole. Poiché la tubercolosi e il rachitismo erano molto diffusi, furono inaugurati parchi giochi, strutture sportive, oltre venti piscine pubbliche all’aperto, e ai giovani venne offerta la possibilità di partecipare a campi estivi in campagna. Per l’educazione dei bambini, e per tenerli lontano dalla strada, furono aperti molti asili nido, pensati programmi per il dopo scuola e fu più che raddoppiato il numero delle scuole materne, che salì a cinquantacinque. Anche se mettere in pratica tutte queste straordinarie ambizioni si rivelò più complicato del previsto, il governo municipale riuscì ad attuare molti progetti. Tuttavia questi sforzi erano attraversati da una cupa corrente sotterranea. L’eugenetica austriaca è spesso valutata in modo più positivo rispetto a movimenti analoghi nel resto d’Europa – non ultimo per l’opposizione della chiesa cattolica ad alcune pratiche, come la sterilizzazione coatta – e le misure prese dall’amministrazione della «Vienna Rossa» non sono considerate paragonabili a quelle autoritarie adottate dall’austro-fascismo nella metà degli anni trenta e poi dal Terzo Reich. Ma, pur nella loro diversità, gli ideatori di questi sistemi condividevano molti obiettivi, ed esiste una continuità tra i loro modelli eugenetici. Julius Tandler, per esempio, promuoveva la sterilizzazione coatta di coloro che definiva «gli inferiori», categoria in cui rientravano persone ritenute affette da malattie ereditarie, invalidità fisiche o mentali, e determinati gruppi di criminali. Parlava anche dello «sterminio» delle «vite indegne di essere vissute», usando lo stesso lessico che avrebbe adoperato il Terzo Reich per giustificare l’uccisione di adulti e bambini ritenuti inadatti alla vita. In altre parole, le idee eliminazioniste circolavano tra i leader politici viennesi molto prima dell’ascesa al potere dei nazisti.”

FASE 2

“I funzionari nazisti classificavano chi era destinato all’eliminazione in base a presunti principi scientifici di igiene razziale, attribuendo i tratti problematici a un’eredità genetica e a una fisiologia inferiore. Le categorie di integrati e non integrati elaborate dal regime su base biologica hanno spinto gli storici a definire il Terzo Reich uno «stato razziale». La razza era senz’altro il principio organizzatore del regime nazista, ma il termine potrebbe anche suggerire che le classificazioni e i programmi fossero più definiti rispetto alla realtà. L’eliminazione degli indesiderabili procedette infatti per errori e tentativi. Le definizioni erano labili, le politiche incoerenti e variarono in base al tempo, al luogo e agli attori coinvolti. Anche la categoria dell’ebraicità, che potrebbe sembrare chiara, presentava dei criteri di definizione nebulosi, sia nelle Leggi di Norimberga del 1935, sia, in seguito, nel dibattito sul destino dei Mischlinge, i «mezzi ebrei». I funzionari erano anche imprecisi sul numero degli individui biologicamente inferiori: le stime andavano da uno a tredici milioni, quindi fino a un tedesco su cinque. Anche l’identificazione e la persecuzione delle persone che non potevano essere considerate ariane non avveniva secondo un criterio univoco: in questa categoria erano compresi gli «asociali» e i «lavativi» (criminali, disoccupati, persone senza fissa dimora, alcolizzati, prostitute), gli omosessuali maschi, gli oppositori politici (in particolare comunisti e socialisti) e i dissidenti religiosi (come i Testimoni di Geova). La decisione di arrestare, deportare e uccidere poteva dipendere da singoli individui o dagli organismi incaricati delle classificazioni. In questo libro vogliamo proporre una nuova chiave di lettura del Terzo Reich: un regime basato sulla diagnosi. Lo Stato era ossessionato dalla suddivisione della popolazione in categorie, che classificava gli individui in base alla razza, alle opinioni politiche, alla religione, alla sessualità, al grado di delinquenza, all’eredità genetica e ai difetti biologici. Etichette che furono poi alla base delle persecuzioni e dello sterminio. Quindi, anche se il nazionalsocialismo è di solito considerato sulla base dei suoi risultati violenti, risalire la catena di cause ci permette di capire come questi risultati dipendano dalla definizione iniziale di una diagnosi. L’eugenetica nazista promosse questa volontà di ridefinire e catalogare la condizione umana. La crescente categorizzazione dei difetti, poi, fu la molla che portò alla persecuzione e all’omicidio da parte dello Stato.”

virgolettato tratto da: Sheffer, Edith. I bambini di Asperger (Italian Edition) . Marsilio.

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