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PNL,  Professione coach

“Le leggi del desiderio” – Ritorno da Shanghai

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Mi ha preso di sorpresa. Dopo Terminator Genisiys, una commedia con Raul Bova e un comico demenziale americano di spionaggio, sul volo Alitalia da Abu Dabhi a Malpensa nel catalogo dei film c’era Le leggi del desiderio, la commedia  di Silvio Muccino di cui avevo letto che era ispirata a un life coach (tipo Tony Robbins). Ho esitato parecchio a scegliere di vederlo, preoccupato che mi desse la mazzata finale dopo le prime dieci ore di volo e l’overbooking con Ethiad, oltre all’effetto depressivo di viaggiare da est a ovest. E poi, ho cominciato con Inside Out, potevo finire con una sospetta commedia italiana che prende a pretesto un lavoro che è anche il mio?

Alla fine ho ceduto al “dovere professionale” e l’ho visto. Dico subito che come commedia non è perfetta ma non è neanche inguardabile e, dopo un inizio zoppicante, migliora con il procedere della storia. Non essendo che uno spettatore, lascio agli esperti il giudizio professionale sulla tesi, i sottotesti, le prove attoriali (anche se Carla Signoris mi è piaciuta molto e forse quello che mi è piaciuto meno, ma anche lui migliora nel finale, è proprio Muccino nei panni del life coach). Mi vengono da fare invece alcune considerazioni sulla figura del life coach per come la presentano Muccino e la sceneggiatrice Carla Evangelista (peraltro quasi esclusivamente come pretesto per sostenere la trama).

All’inizio del film, il life coach è cinico uomo da palco; in alcuni passaggi si comporta da personal trainer, ci sono alcune citazioni delle tecniche di PNL (che rendono bene anche se parzialmente il vizio “interventista” che una parte della PNL sicuramente ha), c’è il tema della motivazione al cambiamento, le tecniche più o meno fumose e criptiche che a sentire qualcuno di noi coach funzionerebbero davvero. Ma nel contrasto tra quello che vedevo sullo schermo con quello che che so e penso del life coaching, il film mi ha dato alcune suggestioni. La prima è sul fatto che i coach lavorano davvero con “la vita” dei loro clienti, e questo nel film c’è. Quello che non c’è è che per fare il coach bisogna amarle, le vite delle persone, il coach non può semplicemente manipolarle o dare loro istruzioni su come fare a raggiungere il successo. Infatti, una delle parti più difficili del lavoro di un coach (e in questo è tutto diverso da un coach sportivo, ad esempio) è quello di avere la capacità di non mettersi tra il cliente e i suoi obiettivi, con i propri consigli e le proprie strategie. Una sessione di coaching non è la stessa cosa di un discorso motivazionale da un palcoscenico. Hanno entrambi un loro valore nello stimolare un cambiamento, ma il palco (che personalmente amo moltissimo) al massimo può accendere una scintilla nelle persone (oltre a vendere libri o servizi); per il cambiamento vero servono le sessioni di coaching: checché se ne dica, cambiare è sempre un processo lungo, non lineare e non meccanico.

In fondo però, la conclusione del film compensa un po’ superficiale: anche il famoso life coach capisce infatti che (spoiler alert!!:-)), tra apparire vincente e avere il coraggio di essere vulnerabili, è questa seconda scelta che offre la possibilità di vero successo nella vita.

Adesso è tempo di atterrare. Se non altro mi sono messo in pari con parecchi film che non avevo visto al cinema!

David Papini

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