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Profession Coach,  Sapore delle emozioni

Il coach e il Padrino

Il discorso sui Core Protocols che abbiamo intrapreso parte dal presupposto che essere sinceri e trasparenti al lavoro sia un valore positivo, qualcosa di desiderabile… molto spesso, però, istintivamente ci comportiamo in modo diverso.

In questa celebre scena di “Il Padrino parte I”, I tre fratelli Corleone discutono su come vendicarsi dell’attentato a loro padre, che al momento sta lottando tra la vita e la morte in ospedale. A un certo punto, Michael Corleone/Al Pacino, il fratello più giovane, l’unico a non essere coinvolto negli affari della mafia, si propone come vendicatore. Suo fratello maggiore però gli spiega che la questione “non è personale. Sono solo affari”; cioè non ha niente a che vedere con le emozioni, il valore della famiglia, il bisogno di giustizia, la relazione padre-figlio: la vendetta è solo uno strumento per proteggere gli affari e mandare un messaggio al “mercato”.

Quello che mi ha colpito di questa scena è il fatto che per i personaggi la famiglia non è affetto, emozione, relazione, ma “solo affari”. Per questo i fratelli considerano inappropriato (anzi, addirittura pericoloso) il desiderio di Michael di vendicarsi assecondando le sue reazioni emotive (mentre invece l’omicidio senza coinvolgimento emotivo può senz’altro essere uno strumento interessante…).

Settimana scorsa una cliente, lamentandosi della sua carriera, affermava di assumere al lavoro un certo “contegno professionale”. Per lei, questa espressione era sinonimo di “maschera professionale”, cioè l’opposto dell’autenticità, che non si sentiva autorizzata a mostrare sul lavoro. Un’indagine più approfondita ci ha portato a scoprire che con “autenticità personale” la cliente faceva riferimento alla possibilità di esprimere le sue emozioni; vale a dire che la maschera che si sentiva costretta a indossare serviva a evitare che i colleghi percepissero le sue emozioni, perché l’espressione delle emozioni in generale non era ben vista nel suo ufficio. Sostanzialmente, stava adottando una variante della filosofia del Padrino: “è solo lavoro, le emozioni e gli affetti di per sè non sono necessari”.

Nel suo ragionamento, il passo da “non esprimere le emozioni” a “credere di poter ignorare le emozioni” non sembrava poi tanto lungo, e mi ha fatto venire in mente quello che dice Antonio Damasio (Il sé viene alla mente. La costruzione del cervello cosciente, 2010) : “L’espressione delle emozioni può senza dubbio essere modulata volontariamente. Ma il controllo delle emozioni evidentemente non può andare oltre le manifestazioni esteriori. Dato che le emozioni comprendono molte altre risposte, molte delle quali sono interne e invisibili a occhio nudo dagli altri, la maggior parte del programma emozionale viene ancora eseguita, non importa quanta forza di volontà si applica per inibirlo. Ancora più importante, il sentimento delle emozioni, che deriva dalla percezione dell’insieme dei cambiamenti emotivi, avviene anche quando le espressioni emotive esterne sono parzialmente inibite.”

Questo mi ha fatto pensare a tutte le volte che ho sfidato le leggende sulle emozioni, tutte varianti della sindrome del Padrino: quando si tratta di emozioni e lavoro, i clienti spesso si trovano  – o si mettono – in affari mafiosi, implicitamente negando la realtà, l’inevitabilità e il valore degli stati emotivi. Negli anni ho stilato una lista delle comuni convinzioni errate delle emozioni nei luoghi di lavoro (e, più in generale, in azienda). Eccola, con le parti “false” in grassetto:

  1. Sei/sono troppo emotivo (Questa la devo a Jim e Michele McCarthy, nel loro libro  Software for your Head)
  2. É sbagliato sentirsi così
  3. Non c’è motivo di sentirsi così
  4. Mi fai sentire…
  5. Esprimere le emozioni può dar fastidio
  6. Bisogna essere razionali
  7. Non si può pensare e sentire contemporaneamente
  8. Le emozioni sono pericolose
  9. Le emozioni non sono pensieri
  10. Le emozioni non si possono cambiare
  11. Le emozioni si possono nascondere

 Ognuna di queste convinzioni favorisce la separazione tra le diverse parti di una persona, e questo limita lo sviluppo, il cambiamento positivo, la crescita e la felicità. Per questo considero parte del mio lavoro di coach aiutare i clienti invischiati in approcci emotivi mafiosi a esplorare come può essere il mondo al di fuori della mentalità dei Sopranos!

David Papini


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